Attacchi Whailing: la “caccia informatica alle balene” che minaccia CEO, CFO e tutti i C-Level

Si chiama whaling la pericolosa variante del phishing che, basandosi sempre su tecniche di ingegneria sociale, prende di mira i dirigenti e i vertici aziendali inducendoli a compiere azioni dannose per l’azienda ma remunerative per l’attaccante.

Il whaling, o whale phishing, è una recente e ambiziosa tecnica di attacco informatico che prende di mira dirigenti e vertici aziendali quali CEO, CFO, CIO e in generale tutti quei profili, comunemente identificabili come C-Level, che all’interno di un’azienda sono in possesso sia di informazioni strettamente riservate che di elevati poteri decisionali e di spesa.

L’obiettivo è quello di manipolare la vittima inducendola con l’inganno a divulgare informazioni in suo possesso o a fargli compiere specifiche azioni dannose per l’azienda ma remunerative per l’attaccante, come ad esempio autorizzare un bonifico a beneficio di quest’ultimo.

Le logiche e le dinamiche di tale tipologia di attacco sono sostanzialmente le stesse del phishing, minaccia informatica particolarmente diffusa di cui il whaling rappresenta la forma più recente, evoluta e sofisticata.

La cura meticolosa dei dettagli e la forte personalizzazione rendono gli attacchi di whaling estremamente difficili da rilevare.

In che modo, dunque, aziende e professionisti possono difendersi da tale minaccia? Di seguito sono riportati alcuni suggerimenti pratici per ridurre il rischio di cadere vittime del whaling.

Suggerimenti per le aziende:

  • creare consapevolezza sul fenomeno, prevedendo formazione e sensibilizzazione specifica per i profili C-Level;
  • organizzare e simulare periodiche campagne interne di whaling, così da affinare le capacità di difesa dei propri C-Level. Proprio da tali campagne, spesso, scaturiscono lesson learned estremamente formative;
  • incoraggiare i dipendenti di tutti i livelli a verificare, attraverso un secondo canale, le fonti di eventuali richieste urgenti pervenute via e-mail, ad esempio chiedendo conferma di persona al mittente o contattando proattivamente quest’ultimo via telefono o SMS;
  • limitare il più possibile la condivisione di informazioni sui propri C-Level, ad esempio tramite il sito web o gli account social aziendali.

Suggerimenti per i C-Level:

  • imparare a mettere in dubbio, per impostazione predefinita, anche le e-mail dall’aspetto più familiare, soprattutto se ricevute da un superiore e se contenenti richieste a carattere d’urgenza. Bisogna sempre ricordare che tale tipologia di attacco presuppone una preventiva ed approfondita raccolta di informazioni sulle vittime;
  • esattamente come per le aziende, cercare di limitare la condivisione di informazioni personali e professionali, in particolare attraverso i vari social network.

 

Fonte dell'Articolo: https://bit.ly/39fqlCF


Lo human firewall: cos’è e perché è importante per la sicurezza aziendale

Lo human firewall è un dipendente opportunamente educato, istruito e formato per riconoscere gli attacchi che sfruttano le persone e le loro lacune in ambito cyber security prima ancora che le falle tecnologiche dei sistemi informatici. Ecco perché una tale formazione è importante per tutte le aziende.

Al giorno d’oggi uno dei termini che spesso si usano all’interno di un’azienda nell’ambito della sicurezza informatica è “human firewall”: ma di preciso, che cosa s’intende con tale espressione?

Con questa terminologia si intende un essere umano che viene opportunamente educato, istruito e formato al fine di riconoscere gli attacchi che sfruttano, prima ancora che le falle tecnologiche di un sistema informatico, la persona e le sue lacune in ambito di security, così da poter evitare di cadere nelle trappole dei malintenzionati e non compromettere il proprio perimetro aziendale.

Ci si potrebbe chiedere: ma una tale formazione, essendo ad ogni modo una forma d’investimento, è una spesa necessaria da inserire all’interno del budget? La risposta è decisamente sì e i motivi sono lampanti.

Human firewall: un valido investimento per le aziende

Una ditta che investe non solo sull’infrastruttura, ma anche sulle conoscenze dei propri dipendenti in merito, diminuisce sensibilmente le possibilità di vedere i propri dati finire in mano ai criminali che intendono sfruttarli per i loro scopi.

Un dipendente formato a riguardo si sentirà più sicuro e meno soggetto a sbagli potenzialmente fatali, aumentando quindi la produttività intesa sia come qualità che come quantità.

L’investimento iniziale si rivela prezioso sul lungo termine: un dipendente formato e opportunamente aggiornato sulle tecniche di human firewalling renderà costantemente maggiore il livello di sicurezza generale dell’infrastruttura e della ditta alla quale appartiene.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è: come si diventa human firewall? Per rispondere occorre precisare che ci sono due elementi da considerare: l’insegnante e il processo.

Diventare uno human firewall: struttura formativa

Parlando dell’insegnante, esistono svariati professionisti del settore che tra i loro servizi offrono corsi ad hoc per istruire i dipendenti delle ditte sul tema dello human firewall; proprio perché il problema è di notevole importanza, ci si è subito allineati per offrire alle aziende servizi di formazione adeguati.

L’importante è rivolgersi a professionisti seri e di comprovata qualità, non a persone che s’improvvisano esperti del settore senza averne una concreta e reale conoscenza. Tale punto sembra scontato e banale ma sottolinearlo su un tema così delicato è essenziale.

Relativamente al processo, s’intende invece delineare i passi che vanno seguiti al fine di fornire un servizio efficace ai dipendenti e mantenerli costantemente aggiornati nel tempo. In linea di massima possiamo definire tale prassi composta da 7 punti, e cioè:

  1. policy dettagliate, chiare ma senza sovraccarico: quando i dipendenti vengono istruiti sul tema dello human firewall, hanno bisogno di istruzioni chiare, dettagliate, che coprano tutti i punti del tema specifico che si sta affrontando. Occorre ricordare però che i dipendenti hanno anche altri temi su cui formarsi ed altre informazioni da immagazzinare durante la loro giornata lavorativa: bombardarli di concetti senza sosta non è il modo migliore per aiutarli. La fretta non deve essere cattiva consigliera ma anzi i tempi di apprendimento delle persone vanno rispettati e tenuti in considerazione;
  2. la continuità è importante: spesso, con prodotti specifici o affini, si considera di effettuare l’aggiornamento dei dipendenti una o due volte l’anno. Con lo human firewall non è così: i pirati informatici sono sempre all’opera per sperimentare nuovi modi per ingannare le loro vittime, pertanto è importante stare al passo ed aggiornare costantemente i propri dipendenti;
  3. motivare i dipendenti: riuscire a far sentire apprezzati ed importanti i propri collaboratori è un passo fondamentale per riuscire a sviluppare uno human firewalling. Ad esempio, premiare un dipendente con un encomio visibile a tutti i suoi colleghi per aver riconosciuto una mail di phishing motiverà ancor di più l’autore dell’opera e sarà di sprono per gli altri ed emularlo in impegno e dedizione all’opera;
  4. nessuna esclusione: bisogna esortare tutti i membri dell’azienda ad istruirsi sul tema e diventare human firewall. Occorre valutare le paure dei dipendenti, aiutarli a superarle ma al contempo non pensare che vi siano persone che possono restare escluse; anzi, spesso cono i cosiddetti “intoccabili” ad essere il bersaglio preferito dei pirati, come i C level, poiché rubando le loro credenziali si da inizio a campagne di spear phishing;
  5. condivisione: coloro che vengono formati sul tema dovrebbero condividere cosa hanno appreso con i collegi e mostrarsi disponibili ad aiutarli in caso di dubbi o domande. Lavorare in comparti stagni, quando si formano gli human firewall, non è produttivo ma anzi ampiamente dannoso;
  6. continua sorveglianza: non basta formare i propri dipendenti. Non si può attendere un reale attacco e pagarne le conseguenze in caso di persone non formate/che non hanno compreso pienamente i concetti trasmessi. Può essere utile simulare un attacco e vederne i risultati: ad esempio, mettere in piedi una campagna di phishing gestito dalla ditta stessa ed inviare un membro esperto in human firewalling a parlare con un dipendente che è caduto nella trappola ed ha cliccato sui link delle mail, per spiegargli dove ha sbagliato e perché;
  7. proattività: tutti devono essere formati sullo human firewalling, ma è bene che esista un team dedicato specificatamente a questo e che sviluppi costantemente le proprie competenze in maniera come attività primaria. Tale team dovrebbe costantemente cercare le nuove minacce, proporre una soluzione e portare entrambi gli aspetti all’attenzione dei piani decisionali.

Gli effetti di tale formazione sono evidenti e riconosciuti dai dati registrati dalle aziende: secondo il rapporto State of the Pish di Proofpoint, le ditte che hanno provveduto a formare i propri dipendenti in tale arte hanno registrato sensibili miglioramenti nel riconoscimento delle minacce.

In particolare, circa il 60% degli intervistati ha dimostrato una migliorata capacità nel riconoscere gli attacchi in questione e di essere in grado di evitarli.

Human firewall: le conoscenze di base

Un’ultima domanda che potrebbe sorgere è: quanto è complicato formare degli human firewall?

Le conoscenze di base, in realtà, constano di punti molto semplici che non sono particolarmente complicati da seguire. A dimostrazione di ciò, sono di seguito illustrate alcune tecniche fondamentali con tre dei principali attacchi diretti oggi alle ditte: phishing, social engineering, malware.

  • Phishing: il principale mezzo per veicolare tale attacco è la mail. L’attaccante si affida a varie componenti: un utente ansioso, che si spaventa quando vede una comunicazione dalla sua banca o da un qualsiasi istituto di credito è portato a cliccare frettolosamente sul link fornito e a commettere l’errore su cui il pirata fa affidamento.

Anzitutto occorre mantenere la calma e non farsi prendere dal panico. Poi occorre esaminare per bene la mail: spesso vi sono errori che provano come questa sia un falso.

Ad esempio, l’italiano è corretto? Frequentemente vi sono attacchi da parte di stranieri che non curano la lingua e/o si affidano alle traduzioni automatiche di alcuni traduttori online. Questo è già un primo indizio della falsità della mail.

Altro possibile indizio: il logo dell’ente. Molte volte non è riprodotto fedelmente, vi sono delle diversità nel colore, nella forma o anche nella posizione rispetto a dove viene comunemente collocato dall’ente di credito vero e proprio.

Ancora: l’ente stesso. Più di quanto non si pensi, gli utente che non hanno un conto con una data banca ricevono una mail apparentemente a nome di questa e cliccano sul link. Se non si è clienti di un istituto di credito, perché se ne dovrebbero ricevere comunicazioni?

Se tutti questi controlli sono “superati”, perché il pirata ha fatto un lavoro molto curato e preciso, ricordiamo sempre che un istituto di credito serio non chiede ai suoi utenti di cliccare su link inviati via mail con la precisa istruzione di inserire le proprie credenziali. La maggior parte delle volte invitano a visitare il proprio sito inserendo il link manualmente nel browser web e, solo se necessario, una volta giunti sul sito autentico, allora si possono inserire le credenziali. C’è da aggiungere che tutti gli istituti di credito installano sui propri siti dei certificati di sicurezza che ne attestano l’autenticità: per visualizzarli, è sufficiente cliccare sul lucchetto in alto a sinistra all’inizio della barra degli indirizzi.

Se nonostante questo dovessero ancora persistere dei dubbi, si potrebbe sempre chiamare il call center della propria banca e chiedere delucidazioni riguardo alle mail ricevute, per accertarne l’autenticità o smentirla.

  • Social Engineering: diffidare da chi invita ad introdurre nei nostri sistemi lavorativi determinati strumenti non meglio specificati.

Un normale processo di selezione del software e dei modi di veicolarlo avvengono attraverso procedimenti ben precisi e strutturati: in maniera molto semplificata possiamo dire che in primis sono i commerciali a valutare l’acquisto di una risorsa o meno. Successivamente gli strumenti vengono testati da team appositamente predisposti, in ambienti sicuri ed isolati rispetto a quelli di produzione, per verificarne genuinità e funzionamento.

Solo dopo queste fasi parte il processo di installazione sui PC dei dipendenti, tra l’altro opportunamente annunciato con i vari strumenti a disposizione della ditta. Se qualcuno viene da noi per convincerci ad installare una qualsiasi risorsa sul PC e noi non abbiamo alcun ruolo nella decisione degli strumenti da impiegare, allora è bene non fidarsi.

  • Malware: una minaccia spesso veicolata come un file eseguibile che chiede di installare un software sul nostro PC. Le accortezze sono le seguenti: se non siamo sicuri dell’origine del file, non facciamo partire l’installazione; se, peggio ancora, non sappiamo cosa stiamo installando, non installiamo! I vari eseguibili hanno inoltre vari meccanismi di verifica, che svolgono funzioni simili ai certificati per i siti web, come l’MDA5.

Conclusioni

Possiamo quindi affermare che il tempo speso per formarci e imparare quali siano le minacce che cercano di sfruttare le nostre scarse conoscenze in ambito i sicurezza informatica è sicuramente un investimento importate da effettuare, che ci aiuta a proteggerci ulteriormente dai rischi presenti sulla rete.

Fonte dell'articolo: https://bit.ly/2kLXEcm


Smishing e Vishing: che cosa sono e come evitarli

Smishing e vishing sono tipi di attacchi di phishing the cercano di adescare le proprie vittime tramite sms e chiamate vocali. Entrambi si affidano allo stesso richiamo emozionale utilizzato nelle tradizionali truffe di phishing e sono progettati per indurti ad agire con urgenza. L’unica differenza sta nel canale tramite cui vengono portati avanti.

Che cos’è lo smishing?

Definizione di smishing: lo smishing (SMS phishing) è un tipo di attacco di phishing condotto utilizzando SMS. Proprio come le truffe via email di phishing, i messaggi di smishing includono tipicamente una minaccia o una lusinga tendenti a far cliccare su un link o chiamare un numero e fornire informazioni confidenziali. A volte potrebbero suggerire di installare un qualche software di sicurezza che si rivelerebbe poi malware.

Un esempio di smishing:  un messaggio di smishing tipico potrebbe dire qualcosa del genere “Il tuo conto della banca ABC è stato sospeso. Per sbloccarlo, clicca qui: https://bit.ly/2LsaPLdaU” e il link fornito scaricherà  malware nel tuo cellulare. I truffatori sono anche abili ad adeguarsi al medium che stanno usando. Così, potresti ricevere un messaggio di testo che dice: “E’ veramente una tua foto? https://bit.ly/2LsaePLdaU” e se clicchi sul link per scoprire se è vero, ecco che di nuovo ti trovi a scaricare malware.

Che cos’è il vishing?

Definizione di vishing: il vishing (voice phishing) è un tipo di attacco di phishing che è condotto usando il telefono e spesso diretto ad utenti di servizi VoIP come Skype.

E’ facile per i truffatori simulare un caller ID così da sembrare che stiano chiamando da un area locale o perfino da un’organizzazione che conosci. Se non rispondi, ti lasciano un messaggio in segreteria chiedendo di richiamarli. A volte questo tipo di truffe può persino utilizzare un call center che è inconsapevole del crimine che viene perpetrato.

Ancora una volta, lo scopo è di ottenere dettagli di carte di credito, date di compleanno, credenziali di accesso e talora semplicemente raccogliere i numeri di telefono della tua rubrica. Se rispondi o richiami, ci può essere un messaggio automatico che ti sollecita a fornire questi dati e molta gente non mette in discussione una tal cosa perché accettano i sistemi di telefonia automatici come parte delle loro vite.

Come evitare smishing e vishing

Stiamo un po’ più in guardia quando si tratta di email attualmente perché siamo abituati a ricevere spam e le truffe sono molto comuni, ma i messaggi di testo e le chiamate vocali vengono ancora percepite come legittime da molta gente. Dal momento che facciamo acquisti, accediamo alla banca e facciamo altre cose con i nostri telefoni, le opportunità proliferano per i truffatori. Per evitare di diventare una vittima, bisogna fermarsi e pensare.

“Il senso comune è una buona pratica generale e dovrebbe essere una prima linea difensiva contro le frodi online o telefoniche”

Sebbene i consigli su come evitare di venire presi all’amo dalle truffe di phishing siano stati scritti considerando le truffe via email, si applicano anche a queste nuove forme di phishing. Alla base, fidarsi di nessuno è un buon punto di partenza. Non dare alcuna informazione ad un interlocutore a meno che tu non sia sicuro che sia legittimo – puoi sempre richiamarlo.

Prevenire è meglio che curare, pertanto è sempre meglio eccedere in cautela. Nessuna organizzazione ti rimprovererà per aver chiuso il telefono ed averli poi chiamati direttamente (avendo controllato da te il numero di telefono) per assicurarti che sono effettivamente chi dicono di essere.

FONTE: https://www.digitree.it/smishing-e-vishing-come-evitarli/


DMARC: un record DNS per proteggere noi stessi e i nostri clienti dall’email SCAM

Cos’è lo SCAM?

SCAM è un tentativo pianificato di truffa con metodi di ingegneria sociale, come ad esempio fingere di essere qualcun altro, o qualcos’altro, a scopo fraudolento.

Questo può essere fatto di persona, per telefono, tramite profili social, siti web e anche tramite email, sfruttando ulteriori tecniche malevole come spam phishing.

Un tipico esempio di Scam è la “truffa alla nigeriana”, in cui viene inviata un’email nella quale si parla di grosse somme di denaro che dovrebbero essere trasferite (o recuperate) da una banca estera che chiede alcune garanzie come la cittadinanza, un conto corrente, un deposito cauzionale. Lo scammer perciò chiede aiuto sia per trasferire il denaro tramite il conto di chi legge, sia per anticipare il deposito cauzionale; come ricompensa si promette una percentuale del denaro recuperato, che non arriverà mai.

Altri classici esempi di Scam sono email che condizionano una vincita a una qualsiasi lotteria al versamento di una certa tassa: ovviamente, non esiste nessuna vincita e la tassa pagata viene rubata.

Un moderno esempio di Scam via chat telegram è il giveaway di cryptovalute in cui, se si versano un tot di token in un wallet a scopo di “verifica del mittente”, ne ritorneranno 10 volte tanti al wallet mittente dal wallet destinatario… ma ovviamente non succederà mai.

Nell’era del marketing, l’email è ancora uno strumento utilizzatissimo ma – essendo datato e non nato sicuro “by design” – è ancora molto appetibile per i malintenzionati.

Figura 1 (blog.prisync.com)

Quando qualche nostro cliente è vittima di scam tramite email e qualcuno si sta fingendo un dipendente o una mailing list della nostra azienda, si entra in una situazione antipatica, con implicazioni giuridiche (vedi GDPR) in cui è certamente meglio dimostrare di aver fatto di tutto per proteggere noi stessi e gli altri da questo fenomeno.

Quello che certamente dobbiamo evitare che accada è che qualcuno sia in grado di inviare una email dal dominio di posta della nostra compagnia: un discorso è se lo scammer “finge” di essere un mittente accreditato, un altro discorso è se riesce ad “esserlo” veramente.

Infatti, volendo fare un esempio recente, è relativamente semplice per chi ha dimestichezza con le email capire se il mittente ci scrive da PosteItaliane.it o se si è vittime della truffa postepay e bancoposta semplicemente andando ad espandere i dettagli del mittente della email per vedere se arriva dal dominio @posteitaliane.it: l’indirizzo sarà pincopallino@posteitaliane.it e non weioru9932923@2387ss.ru, a prescindere dal nome visualizzato nella email; a meno che qualcuno sia riuscito a rubare le credenziali di accesso di un account valido, implementando il DMARC in modo sufficientemente restrittivo non sarebbe possibile ricevere una email da @posteitaliane.it se non fosse stata inviata – ed autenticata – da quel dominio.

Questo sarebbe valido se le cassette di posta riceventi facessero parte di server mailbox abbastanza evoluti da implementare i metodi di autenticazione per filtrare i messaggi di posta “sospetti” compatibili con il DMARC, che al giorno d’oggi sono tutti i principali (google, facebook, microsoft, yahoo, etc…).

Cos’è il DMARC?

Acronimo di “Message-based Domain Authentication, Reporting & Conformance”, è una specifica tecnica creata da un gruppo di organizzazioni per ridurre il rischio di abusi via email grazie all’utilizzo di una coppia di protocolli di autenticazione.

È un metodo di protezione nativo del server di posta che implementa il mittente e, quindi, del tutto diverso da filtri antispam e tecniche simili, che solitamente sono configurate dai riceventi utilizzando server ed applicazioni aggiuntive.

L’implementazione del DMARC si basa su due procedure di autenticazione ben precise: SPF e DKIM.

  1. SPF (Sender Policy Framework) prevede l’inserimento di un record nel DNS del dominio di posta mittente che consente a determinati IP di mandare e-mail tramite quel dominio. Durante la verifica degli indirizzi IP verranno dunque identificati eventuali indirizzi email non autorizzati. La lista degli indirizzi IP certificati a cui si fa riferimento è quella presente nel “Return Path” della email. Detto in altri termini, la procedura SPF consente di riconoscere se chi invia l’email da un determinato indirizzo email è realmente autorizzato a farlo.
    Come vantaggio l’SPF è facile da configurare e non implica particolare overhead computazionale sui sistemi che inviano e ricevono posta elettronica.
  2. DKIM (DomainKeys Identified Mail) fa sì che l’email in uscita venga contrassegnata con una firma digitale che il server di posta ricevente confronterà con la chiave pubblica inserita nel DNS del dominio mittente. Se la firma corrisponde alla chiave pubblica significa che il mittente è verificato e che l’email ricevuta è stata inviata, senza essere stata sottoposta a successive modifiche, dal mittente indicato nella mail che stiamo leggendo.
    Come vantaggio, Dkim non controlla gli ip dei mittenti ma richiede un minimo di overhead in invio e ricezione per elaborare la firma digitale allegata al messaggio.
Figura 2 Flusso di posta (dmarc.org)

In sostanza, i due metodi si completano a vicenda ed è fortemente consigliato utilizzarli entrambi, soprattutto se la nostra posta passa per email forwarders che richiedono molta attenzione nel configurare il record SPF (i server di inoltro della posta potrebbero non essere presenti nella whitelist degli ip mittenti).

Figura 3 Email Forwarding SPF fail (dmarc.org)

Come funziona il DMARC

In effetti implementare il record DMARC è molto semplice, poiché si tratta solo di aggiungere un record DNS nello stesso dominio dns del proprio server di posta elettronica (dove esiste il record MX).

Il DMARC è una protezione in uscita: sono gli amministratori del dominio di posta mittente che decidono di comunicare ai riceventi come filtrare le email.

Le email considerate illecite dal server di posta ricevente (su indicazione dei record dns del mittente) potrebbero essere ricevute se la policy del mittente è approve, non andranno nella cassetta spam degli utenti ma verranno ignorate se la policy è reject oppure andranno in “junk” se la policy è quarantine.

Figura 4 Policy Dmarc (www.dmarcanalyzer.com)

È possibile indicare nel record DMARC indirizzi di posta a cui inoltrare report xml e forensi delle email scartate (illegittime) per un’analisi del flusso di posta che sia anche compliant con il GDPR.

Quando per la prima volta si introduce il record DMARC è consigliabile avere un approccio “soft”, istruendo i destinatari ad accettare tutte le email (approve) ma notificarci quali sarebbero state scartate se avessimo impostato una policy più restrittiva: in questa fase potremmo anche non avere alcun metodo di autenticazione SPF e/o DKIM impostato.

Tramite strumenti di analisi adeguati esistenti sul mercato, possiamo andare ad affinare e correggere i nostri record DNS affinche tutte quelle newsletter inviate, ad esempio, da terzi per nostro conto siano incluse nei mittenti attendibili; fino ad arrivare al punto di applicare policy sempre più restrittive senza creare disservizi per il business della nostra azienda e, allo stesso tempo, proteggere lei ed i clienti dallo SCAM.

Figura 5 Analisi forense (vitolavecchia.altervista.org)

Questi strumenti, relativamente economici ma di grande aiuto, permettono anche di inviarci report periodici da esaminare, effettuare controlli e mandarci avvisi sulla compliance, sulla correttezza dei nostri record e – soprattutto – ci offrono la possibilità di esaminare gli headers dei feedback ricevuti dai server destinatari e gli headers delle email illegittime, utili nelle attività di indagine forense.

FONTE: https://www.ictsecuritymagazine.com/articoli/dmarc-un-record-dns-per-proteggere-noi-stessi-e-i-nostri-clienti-dallemail-scam/